Tanto potrei scrivere di Lei.
Perché è un albo stupendo. Perché è una fotografa che amo.
Difficile è immaginarla ora una cosa così: qualcuno che cammina per strada, scatta foto “potenti”  e non cede alla tentazione di farle vedere a tutti, di pubblicarle sui social, sui libri di fotografia o in mostre personali. E va bene che ai tempi di Vivian Maier i social non esistevano, eppure, questa donna con un dono straordinario scelse deliberatamente di restare una donna ordinaria, talmente “nella norma” da risultare invisibile. Fotograficamente parlando, infatti, è un po’ come se Vivian possedesse il mantello dell’invisibilità riuscendo ad avvicinarsi ai soggetti quasi senza farsi vedere.
I suoi scatti fermano nel tempo momenti quotidiani, scene di vita vissuta, mai in posa.
Il merito va in parte a quel suo aspetto comune, rassicurante anche per il ruolo di tata, in parte all’uso sapiente della sua fedele compagna di vita: una Rolleiflex  a pozzetto, portata sempre sul cuore.
Cinzia Ghigliano, titolare di un talento indiscutibile nonché di una biografia che mette i brividi, dona proprio alla macchina fotografica un ruolo da protagonista.
Nelle sue tavole le fotografie sono reinterpretate e a volte ricucite insieme aggiungendo stupore.
I toni sono variazioni del bianco e nero, con qualche indulgenza sul seppia e tratti leggeri di rosso.
Le ombre sono giochi cromatici lunghi e gessosi. Niente è improvvisato.
“Lei. Vivian Maier” nel 2016 è stato insignito del premio Andersen per il “Miglior Libro fatto ad arte”.
E tutto, vi assicuro, è in quel “fatto ad arte”.

Lei. Vivian Maier
Cinzia Ghigliano
Orecchio Acerbo
Pochi giorni fa sarebbe stato il compleanno di Vivian Maier, la mia recensione voleva essere un omaggio
ma arriva in ritardo.

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